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lunes, 23 de septiembre de 2013

La saga di Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli

La saga di Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli



Questa è la presentazione del Balì e Gran Priore di Pisa Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, cavaliere del millenario Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, al giorno d'oggi chiamato semplicemente Ordine di Malta.



Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli è un personaggio che, con il suo volto da fantasma tratto dall’allegoria dell’illustrazione in copertina , ha sedotto passo passo, con ciascuna delle sue storie, il suo discendente Carlo Emanuele Ruspoli, fino a esercitare su di lui un fascino pari a quello che risvegliano i grandi detective della letteratura come Hércules Poirot e Sherlock Holmes. Grazie alle sue ricerche, il lettore potrà immergersi nel suo universo, nel suo carattere personalissimo, nella sua squisita cultura, nel suo circolo familiare carico di luci e di ombre. Nonostante ciò Ruspoli rimane sempre un personaggio enigmatico che nasconde dietro al viso impenetrabile un’infinità di misteri e di talenti sconosciuti. Ruspoli nacque a Siena nel 1137, nel seno di una famiglia toscana nobile e facoltosa. Gian Galeazzo crebbe assieme ai suoi sei fratelli per poi compiere i suoi studi universitari a Firenze e a Roma. A vent’anni entrò nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, perché Gian Galeazzo era il più giovane dei suoi fratelli. Il maggiore ereditò i diritti e doveri di primogenitura, il secondo la proprietà della campagna, il terzo figlio intraprese la carriera delle armi e le due sorelle furono maritate per stringere nuove allianze familiari. Quando Gian Galeazzo aveva dieci anni due lama tibetani, si presentarono alla dimora familiare di Siena e, dopo essere stati accolti dai suoi genitori, lo sottoposero a esame come possible rincarnazione del lama Shiakamuni, padre della medicina tibetana. Dopo la sua entrata nell’Ordine di San Giovanni portò avanti i suoi studi di medicina e chirurgia, di diritto magistrale dell’Ordine e canonico della Chiesa, tra altre dottrine, e divenne Professo cinque anni dopo, pronunciando i voti solenni di povertà, castità e obbedienza. Però in un momento di ... perdita di memoria Gian Galeazzo ebbe una relazione con una nobile franco-egiziana dalla quale nacque Ginevra, la sua unica figlia. Dopo aver esercitato la medicina in Terra Santa, le sue straordinarie capacità lo portano ad altri terreni come la giudicatura dell’Ordine e soprattutto alle indagini, che prendono un ruolo sempre più importante, per cui è chiamato a risolvere i casi più difficili. Già come Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, eroe di tempi lontani, si trasforma in uno straordinario investigatore di epoche diverse. Viaggia nel tempo e può essere ovunque. Per non deludere i compagni che Gian Galeazzo incontra nel corso dei suoi viaggi nel tempo, la sua cultura, si aggiorna opportunamente e costantemente.

L’aspetto fisico di Gian Galeazzo Ruspoli colpisce chi lo vede per la prima volta. È alto, magro, slanciato. I suoi gesti sono raffinati, e i suoi abiti di solito neri, fatti su misura dalle mani sapienti di un sarto italiano, rilevano il portamento elegante con cui cammina. Nessuno dei lineamenti del cavaliere Professo rimane inosservato. I suoi occhi, di un grigio azzurro penetrante, sembrano irradiare una luce propria. I suoi capelli biondi argentati e splendenti contrastano con l’abbigliamento tenebroso. In tutti i romanzi posteriori al primo in cui si raccontano i suoi primi anni, ha un aspetto che ricorda quello del triste “hidalgo” Don Quijote de la Mancha di Cervantes, cioè quello di un uomo sulla cinquantina di complessione vigorosa, secco (come si direbbe in Toscana), dal volto magro; sempre mattiniero, amico dell’orazione, la meditazione, la caccia, le arti marziali e la “buona condizione sociale”. Come detta il suo lignaggio, le maniere e i gusti di Gian Galeazzo Ruspoli sono molto distinti. Ai suoi piedi vedremo soltanto scarpe fatte a mano da Sebago, il famoso calzaturificio a cui le incarica direttamente quando capita nell’epoca adeguata. Il suo palato è raffinato ed esigente, dunque a volte incarica piatti prelibati quando sta indagando un caso, in qualsiasi parte del mondo. E conosce i buoni vini come un gran sommelier.

Ovunque vada, Gian Galeazzo Ruspoli si sposta con i migliori mezzi a disposizione nell’epoca in cui si trova. Quando Gian Galeazzo Ruspoli sorride, cosa che avviene di rado, qualcosa nel suo interno rimane gelido e insondabile. La sua voce è vellutata ma ha la fermezza dell’acciaio. La sua non è un’arroganza gratuita. Gian Galeazzo Ruspoli ha studiato tante discipline che il suo livello intellettuale supera quello di tutti quelli che lo circondano: conosce alla perfezione diverse lingue, morte e vive, è un esperto in medicina, arte, letteratura, duelli marziali e scienze esoteriche, oltre ad essere un vero maestro nell’arte della meditazione trascendentale. La vastissima cultura di Gian Galeazzo Ruspoli è certo ineguagliabile, ma il Professo continua la sua formazione e le sue ricerche nei campi più vari.

La sua destrezza, cultura, intelligenza e coraggio hanno fatto di Gian Galeazzo Ruspoli un investigatore letale e implacabile, oltre a un abile manipolatore della mente umana capace di adottare personalità diverse. Il Professo è sempre riuscito ad ottenere la fiducia dei suoi fedeli collaboratori, che credono ciecamente nelle sue capacità e nella sua perizia. Come tutti i geni, Gian Galeazzo Ruspoli ha nemici che l’hanno marginato e perseguitato, ed è stato torturato quasi fino alla morte, reso schiavo, condannato e imprigionato. Chi lavora con lui capisce immediatamente di trovarsi di fronte ad un cavaliere Professo straordinario, un investigatore geniale, una mente unica, complessa e chiaroveggente al servizio dei bisognosi e della giustizia.

Questi sono i romanzi storici di cui, fino a questo momento, Gian Galeazzo Ruspoli è protagonista, quasi sempre assieme a sua figlia Ginevra:

1.   Il Professo: 684 pagine in formato A5, 185.000 parole. Sinossi: è l’epopea vissuta da un cavaliere medievale dell’Ordine di San Giovanni, Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, medico e chirurgo, mandato all’Ospedale di Gerusalemme, asceso a Balì, poi medico della Casa Reale e infine Apostolo della Vera Croce. Da allora partecipa a tutte le battaglie del Regno Latino di Gerusalemme contro i mussulmani, proteggendo la Santa Reliquia al comando dell’armata dell’Ordine. Vive grandi avventure, svela alcuni dei maggiori segreti dell’antichità soffrendo prove estreme. Il racconto delle sue gesta è frutto delle numerose conversazioni fra l’antenato guerriero e l’autore stesso del romanzo. Include argomenti di religione, storia politica, guerre e battaglie, temi onirici, di medicina, meditazione, magia, esoterismo e viaggi astrali, supertizioni, pazzia, tradimenti e torture, reliquie, schiavi e assassini, amazzoni e amori, fino alla catarsi finale del protagonista che torna in Toscana trent’anni dopo averla lasciata per entrare nell’Ordine e prendere le redini del Gran Priorato di Pisa. Il romanzo racconta la vita del protagonista dall’infanzia alla maturità.


2.    Assassinio in Laterano: 511 pagine in formato A5, 95.100 parole . Argomento: il Gran Priore e Balì di Giustizia Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli s’incontra a Roma nell’anno 1188 con il Gran Maestro Fra’ Garnier de Naplouse per presentare il nuovo Codice e gli Statuti dell’Ordine di San Giovanni, adeguati alle nuove circostanze dopo la perdita di Gerusalemme e delle commende di Terra Santa. Un evento inaspettato e di conseguenze imprevedibili sovverte il loro soggiorno: Baldwin, l’arcivescovo designato di Canterbury, amico personale del Gran Maestro, è stato ucciso, e sono pure spariti le reliquie e i tesori di valore incalcolabile che l’alto prelato portava con sé come doni per Sua Santità Clemente III. Le indagini su questo tragico episodio sono affidate ai due fratelli di Giustizia dell’Ordine. Sembra un caso semplice: primo indiziato è un altro fratello dell’Ordine e Cappellano Conventuale, fermato proprio vicino al Palazzo del Laterano, luogo dell’assassinio, mentre cercava di fuggire. Gian Galeazzo, nella sua nuova veste di “detective”, non è convinto di questa ipotesi perché ci sono troppi dettagli inspiegabili e troppi personaggi sospetti, coinvolti in una trama in cui s’intrecciano orrendi crimini del passato, sogni folli di grandezza e oscure ambizioni di potere.

3. Morte di Professi. 589 pagine in formato A5, 141.500 parole . Sinossi: al ritorno da Roma e dopo ver scoperto l’assassino dell’Arcivescovo designato di Canterbury, il Gran Priore e Balì di Giustizia Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, durante le sue orazioni quotidiane nella cappella del Gran Priorato di Pisa, riceve la visita da un Arcangelo che gli comunica che l’Ordine di San Giovanni, a cui appartiene, ha bisogno in futuro dei suoi servigi come monaco guerriero e come investigatore. Sorpreso da questa richiesta che apre prospettive così inaspettate alla sua vita, non può evitare di essere preda di un’irresistibile curiosità. L’Arcangelo gli narra allora la storia dell’Ordine di Malta e i suoi cinque secoli di lotta implacabile contro l’Islam. Nondimeno prosegue sostenendo che il suo carattere militare si è esaurito nei primi anni del diciannovesimo secolo con la perdita degli ultimi possedimenti nell’arcipelago maltese. L’Ordine aveva dimenticato completamente la sua indole guerriera e da allora si era dedicato alle opere ospedaliere, religiose e culturali. Senza una struttura di sicurezza adeguata è dunque inerme e non ha la capacità di opporsi a una congiura molto intricata, che potrebbe aver inizio con l’assassinio di alcuni degli illustri cavalieri Professi che indagano sulla storia di Gesù. Se i sospetti dell’Arcangelo si confermano, potrebbero perfino venire minate le fondamenta stesse della Chiesa. Eppure prima di tutto l’Arcangelo lo informa dei cambiamenti di un mondo profondamente mutato dal progresso, perchè non si senta sfasato y possa muoversi con disinvoltura in un’epoca così diversa. Gian Galeazzo accetta di buon grado e sente lo stimolo di una nuova sfida, comunica all’ Arcangelo che la sua vita è al servizio di Dio ed è trasportato all’istante all’anno 2000, otto secoli dopo l’epoca in cui era vissuto.  Il protagonista deve lottare con i servizi segreti israeliani, palestinesi, vaticani, con la società segreta di San Pio V e soprattutto contro il rilassamento delle abitudini dell’Ordine, diviso fra il suo esemplare e deciso impegno di aiuto ai bisognosi e ai Signori Malati (come sono chiamati con estremo rispetto) e il comportamento di molti dei suoi dirigenti che si dedicano a una vita secolare frivola e piena di vanità. I principî si sono rilassati e la rigorosa selezione che l’Ordine esigeva in passato agli aspiranti novizi non esiste più. Il suo Gran Maestro Fra’ Andrew Bertie, un signore inglese molto gradevole, professore di catechismo ed esperto in arti marziali, che vive tranquillamente, dedito per gran parte dell’anno all’ozio e al riposo, non vuole che la sua routine sia alterata per nessun motivo. I Professi storiografi che portano avanti le ricerche troveranno dati inquietanti che potrebbero addirittura questionare la divinità di Gesù, cioè le fondamenta della Chiesa, che ha dunque tutto l’interesse a silenziare tutto ciò che possa contraddire la sua dottrina ufficiale, difesa da due millenni. Il cardinale protettore dell’Ordine convoca il Gran Maestro perchè risponda all’appello del potente cardinale tedesco prefetto della congregazione della Dottrina della Fede, che regge per delega di Sua Santità, un gran Papa di origine polacco, le questioni non solo spirituali, ma anche materiali della Chiesa. Questa è dunque la pericolosa cornice in cui si svolge la missione del Professo, che dovrà far uso di tutte le sue virtù e abilità per evitare un risultato tragico. Riuscirà Gian Galeazzo a portare a buon fine la sua missione celestiale? Cambierà la storia della Chiesa? La trama del romanzo è ambientata in epoche diverse: la prima parte inizia con la vita di Gesù e gli apostoli fino a dopo la sua morte, la seconda trasporta Gian Galeazzo ai nostri tempi, per realizzare la sua missione seguendo indizi attraverso la storia e i secoli intermedi. In questo percorso immmaginario vedremo anche l’intervento dei Templari.

4. Il Professo in Tibet – 935 pagine in formato A5, 200.600 parole . Sinossi: per esaudire una richiesta di soccorso astrale invocata personalmente dal Dalai Lama, il Gran Priore e Balì di Giustizia Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli dovrà raggiungere remoti monasteri nel Tibet per delucidare un’antica minaccia e per affrontare un nemico che nessuno ha mai visto. Il furto di un artefatto unico e misterioso dovrà essere risolto dal Gran Priore di Pisa assieme a Lobsang Daizin, un Lama medico. Le peripezie che vivrà Gian Galeazzo sono tante, fra cui l’attentato con bomba da cui prodigiosamente riesce a sopravvivere e la persecuzione accanita dell’Esercito Rosso cinese. Riuscirà Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli a compiere l’arduo mandato del Dalai Lama? Perchè Gian Galeazzo è sempre disponibile per appoggiare le cause giuste in modo totalmente disinteressato? Uno dei grandi, inquietanti enigmi della vita di Gesù, troverà risposta in questo libro. Per farne più agile e comprensibile la lettura, troviamo nell’introduzione spegazioni, caratteristiche e un glossario sulla straordinaria religione e la cultura millenaria del Tibet. L’autore, Carlo Emanuele Ruspoli, storiografo e ricercatore appassionato, ne richiede con questo romanzo la restituzione ai tibetani.

5. Il Professo e il Diavolo: Sono 478 pagine in formato A4, 180.836 parole. Sinossi: la polizia omicidi di New York sollecita all’arcivescovo della diocesi metropolitana, Monsignor Timothy Dolan, la collaborazione di un ispettore della Chiesa Cattolica, dopo aver osservato le caratteristiche inquietanti di assassinî che sembrano opera di Lucifero. L’arcivescovo non ha la persona adatta per questo caso, ma negli ambienti della curia vaticana ha sentito parlare di un uomo straordinario dell’Ordine di San Giovanni, un Professo. Decide allora di telefonare al presidente dell’Associazione dell’Ordine negli Stati Uniti, Fra’ Edward McPherson e chiedere il suo aiuto. McPherson, a cui il Gran Priore e Balì di Giustizia Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli aveva salvato la vita a Roma qualche anno prima, prende contatto con il suo grande amico e fratello dell’Ordine con il sistema che gli aveva suggerito Gian Galeazzo, e cioè attraverso i lama del Kadampa Meditation Center di New York. Il Centro si trova a Glen Spey, in mezzo a ottantadue ettari di campagna, nella splendida vallata del fiume Delaware, a un paio d’ore di macchina da New York e a pochi minuti dai confini del New Jersey con Pennsylvania. I lama si dedicano all’orazione e all’insegnamento, ed hanno anche sviluppato un sistema di meditazione trascendentale quantica che permette di spostare le persone nello spazio e nel tempo . Su richiesta di Fra’ McPherson fanno in modo che compaia Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli per affrontare il caso della morte inspiegabile di un famoso critico d’arte. Accanto a lui troviamo un detective della polizia di New York di origine italiano, a cui quest’assassinio è stato assegnato. Il cadavere è stato trovato in una camera chiusa a chiave da dentro, con un crocefisso inciso a fuoco sul petto, l’impronta di un artiglio sulla parete e un odore di zolfo insopportabile. Opera del diavolo? L’investigazione lo riporterà nella sua Toscana, dove Gian Galeazzo dovrà affrontare forze sconosciute e sarà vittima di un’atroce, malvagia vendetta. E non è per niente chiaro che riesca a sopravvivere ...

6. Il Professo e l’Imperatore: Sono 406 pagine in formato A5, 138.000 parole . Sinossi: al ritorno da un soggiorno in Italia e completamente ristabilito, Gran Galeazzo rincontra sua figlia Ginevra nella casa neogotica della famiglia Ruspoli a New York. Ginevra sta catalogando l’importante biblioteca Ruspoli che conta 100.000 volumi, fra cui incunaboli, pergamene, carte geografiche e documenti antichi. In quel momento sua figlia sta studiando i volumi di storia dell’Impero Romano che riguardano la crisi del III secolo, e pone a suo padre una domanda inquietante: riusciranno i persiani con la loro invasione a frenare l’espansione del mondo cristiano? Che conseguenze avrà per l’Impero Romano la proclamazione, e da parte di chi, del cristianesimo come religione ufficiale nell’anno 313, soltanto due generazioni dopo? In Anatolia, nell’anno 213 d.C., l’imperatore Claudio II il Gotico è assediato dai persiani nella città di Edessa. Deciso a raggiungere un accordo con i nemici, esce dalle muraglie con la scorta dalla sua guardia capeggiata da Aureliano, ma i persiani tradiscono l’immunità dei negoziatori, fanno prigionieri i romani e li costringono ai lavori forzati in una miniera. Gian Galeazzo decide allora di andare a Edessa per tentare di salvare l’imperatore. In un primo momento pensa di apparire come un’incarnazione di Romolo, fondatore di Roma con Remo, figlio del dio mitologico Marte e nipote di Giove. Tuttavia quando si rende conto che probabilmente dovrà aiutare i romani se non riesce a evitare l’inganno verso cui vanno inesorabilmente incontro, decide invece di scegliere un travestimento che gli permetta di infiltrarsi nel bando nemico: quello del principe Songsten, figlio del re Yarlung, (il nome in tibetano del fiume Brahmaputra, che nasce dal monte sacro Kailash, nel Tibet occidentale, e scorre parallelo all’Himalaya in una lunga vallata). Aureliano e i suoi uomini riescono a fuggire ai lavori forzati burlando i loro persecutori anche con l’aiuto di un altro strano personaggio, proveniente da un paese lontano di cui Aureliano aveva appena sentito parlare: la Cina, l’Impero di Mezzo. La Cina, con i suoi paesaggi meravigliosi, le sue incomprensibili, estranee abitudini e le sue arti marziali straordinarie quanto efficaci, affascina Aureliano, e ancora di più quando s’innamora di Fan Bingbing, la sua guida in quel magico e misterioso paese. Le avventure di questi tre personaggi, i loro amori e il contrasto fra le loro culture sono alla base di questo romanzo avvincente e appassionato, nelle quali la trama s’intreccia con i sentimenti e con una storia che, anche se sorprendente e poca nota, non è per questo meno reale: quella della mitica “legione perduta” di Crasso. Composta di circa 10.000 legionari fatti prigionieri dai parti dopo la battaglia di Carras nel 53 d.C., questa legione, “perduta” per gli storiografi romani, sembra riappaia nelle cronache cinesi dell’anno 36 d.C. Durante il convulso triunvirato di Giulio Cesare, Pompeo e Crasso, quest’ultimo, a capo della campagna contro i parti, s’inoltrò nell’attuale Turchia al comando di un imponente esercito romano con 42.000 soldati, 4000 arcieri e 4000 cavalieri galli. Si credeva capace di prendere la rivincita di fronte alla temuta cavalleria parta, il corpo più importante dell’esercito nemico. Eppure furono sconfitti a Carras (l’attuale Harran, in Turchia) dai parti, che umiliarono così l’esercito più importante del mondo a quell’epoca, uccisero Crasso e fecero prigionieri più di 10.000 dei suoi soldati. A cavallo tra la realtà e la leggenda, sappiamo da Plinio il Vecchio e Plutarco che questi uomini furono deportati all’estremo orientale dell’impero parto, nell’antica Bactriana (nell’attuale Afghanistan) e quasi tutti furono fatti schiavi o condannati ai lavori forzati. Tuttavia i parti conservarono alcune unità disposte a continuare a combattere invece di essere condannate a morte o ridotte in schiavitù. Parte della legione prigioniera fu mandata nelle prossimità del fiume Oxus (odierno Amu Daria) in Bactriana (oggi Turkmenistan) per combattere contro gli unni, e da qui si perde ogni traccia. Conclusa la pace fra i romani e i parti nell’anno 20 d.C., si accordò il ritorno dei soldati prigionieri, ma già allora non si sapeva assolutamente dove fossero i sopravvissuti delle legioni sconfitte di Carras, nonostante tutti i tentativi che erano stati fatti per ritrovarli. Ecco l’ipotesi Liquian: lo storiografo e sinologo americano Homer Hasenpflug Dubs, in una conferenza a Londra con titolo “Una città romana nell’antica Cina” affermò di aver scoperto il destino di questi legionari, combaciando i dati di Plutarco e di Plinio il Vecchio con le cronache storiche della dinastia Han, che regnò in Cina tra l’anno 25 e il 220 della nostra era. Secondo questo studioso la “legione perduta” riappare nelle cronache cinesi della dinastia Han dell’anno 36 d.C., anno in cui il generale Gan Yansou iniziò una campagna militare nei territori occidentali ai confini con l’attuale provincia di Xinjian, contro i nomadi xiong nu, da cui traggono poi origine gli unni, proprio nella zona di Bactria e del fiume Oxus. Le cronache di questa campagna, che ci sono state trasmesse da Ban Gu, storiografo e biografo del generale cinese che vi partecipò, hanno fatto pensare ad alcuni esperti che i difensori della città di Zhizhi (attuale Dzhambul, vicino a Taskent, in Uzbekistan) fossero soldati della “legione perduta”. Fa riferimento alla battaglia che si combattè in questa città tra l’esercito cinese e uno strano contingente, formato da soldati veterani, molto disciplinato e difeso da una fortificazione quadrata di legno che ne proteggeva l’accampamento. Racconta come questi guerrieri usassero fortificazioni costruite con palizzate rettangolari ed entrassero in battaglia in modo perfettamente organizzato, “ allineati e schierati in una formazione simile alle squame di un pesce”, alle porte della città. Ricorda la testudo romana, in cui i fanti si proteggevano l’un l’altro formando una specie di corazza con i loro scudi. La città di ZhiZhi finalmente cadde e i 1000 prigionieri stranieri furono portati in Cina, nella zona, dove oggi si trova l’attuale Yongchang (provincia di Gansu), nel deserto del Gobi, per proteggere i confini dell’impero cinese e gli abitanti di quelle regioni dalle incursioni tibetane. L’antico nome di Zhelaizhai ha finito per portare alla luce, dopo duemila anni, la storia della “legione perduta”. Il nuovo luogo d’insediamento dei prigionieri ricevette per decreto imperiale il nome di Li-Jien o Liqian; il suo toponimo, documentato per la prima volta nell’anno 5 d. C., non è altro che una variante cinese di “legione”, parola che era usata dai cinesi per riferirsi a Roma, da quando in tempi remoti gli antichi cinesi ebbero notizie della sua opulenza e del suo potere attraverso i suoi commercianti ad Alessandria d’Egitto. Questo toponimo colpisce perchè era veramente raro che i cinesi scegliessero nomi stranieri per le loro città. Anni dopo, seguendo la teoria confuciana della correzione dei nomi, il luogo fu rinominato Jie-lu, che significa “prigionieri”. Per alcuni studiosi i discendenti di questo contingente furono travolti e sconfitti nel secolo VIII dalle truppe tibetane, che a quell’epoca erano formate da mercenari feroci, autentici signori della guerra. Nonostante gli studi genetici fatti a Li Jian giustificano altre ipotesi. Nel 2001 le testate Los Ageles Times e L’Express portarono alla luce alcuni dati che identificavano un insediamento recondito come destino finale dell’avventura dei legionari di Crasso, dimostrando differenze fisiche notevoli tra i soggetti nati nella zona e il resto dei cinesi. Le analisi di ADN realizzate dall’università di Lanzhou confermano che un 46% degli abitanti di Zhelaizhai – fra cui troviamo persone con occhi verdi o azzurri, capelli ricci e castani o rossi, con nasi aquilini – mostravano una curiosa affinità genetica con le popolazioni europee, secondo l’articolo del settimanale francese. Anni fa furono scoperti un centinaio di scheletri più che millenari con un’altezza media superiore ai 180 cm. Nonostante l’esistenza della “legione perduta” sia entrata a far parte del mito, la realtà è che oltre alle annotazioni bibliografiche, esistono le analisi di ADN e i frammenti romani apparsi negli scavi archeologici (monete, oggetti di ceramica, elmi e un blocco di pietra con resti indecifrabili di carattere occidentale). Si ha anche notizia delle rovine di una fortezza che adesso misura 30 m. di lunghezza e mezzo metro di altezza, e che secondo gli abitanti del luogo fino a una trentina d’anni fa misurava più di 100 metri di lunghezza ed era molto più alta. Eppure è anche vero che non esistono prove esaurienti della presenza romana nella Cina imperiale all’epoca di cui stiamo parlando, e bisogna ricordare che Li-Jien era un centro abitato che si trovava sull’antica rotta della seta.

7.   Il Professo e la monaca: Sono 393 pagine in formato A4, 114.419 parole . Questo romanzo, su richiesta della casa editrice Martínez Roca del Gruppo Planeta che convoca l’importante concorso, fu da me presentato al premio di romanzo storico ALFONSO X EL SABIO nel 2013. Non vinse, ma fu finalista. Sinossi: l’azione di questo romanzo si svolge sull’ampio scenario dell’intervento inglese in Spagna, mentre i figli del re d’Inghilterra Edoardo III erano in procinto di allinearsi con la Castilla per restaurare al trono il re Pedro I el Cruel. Questo episodio storico permette di gettare uno sguardo sullo sfondo economico-finanziario di questa guerra. I combattimenti intermittenti della Guerra dei Cent’Anni ebbero luogo in territorio francese e i soldati che vi partecipavano non facevano parte di un esercito regolare con un salario sia in tempi di guerra sia di pace, né erano tutti inglesi. Essenzialmente erano mercenari, pagati dunque soltanto in occasione delle campagne militari in atto. Quando i comandi inglesi si ritirarono, molti di questi soldati furono abbandonati alla loro sorte e finirono per cercare come potevano il cammino di ritorno. Alcuni di loro, che in patria non avevano da aspettare che povertà o servitù, oppure che avevano preso gusto a vivere all’estero con le truppe del Principe Nero, decisero di rimanere nel continente. Formarono “compagnie bianche” e vagabondavano per la campagna francese prendendo alcune fortezze e formando mafie di protezione, per poi trasferirsi quando avevano esaurito le risorse di una zona. Anche se erano inglesi, bretoni, spagnoli, tedeschi o guasconi, i loro capitani erano comunemente inglesi. E alcuni giovani inglesi, come Roger nel nostro romanzo, videro in queste schiere la possibilità di far carriera e fortuna.  In Francia alcuni di loro divennero eroici guerrieri, dopo aver intrapreso quest’avventura in gioventù.  Il bretone Bertrand du Guesclin perfezionò la sua tecnica di “guerra di guerriglie” fra i mercenari.  I francesi certamente desideravano che il loro Re li liberasse da quelle orde che terrorizzavano le campagne. Nel 1365, il re Carlo V di Francia trovò l’occasione per farlo. Enrique de Trastámara, stendardo della nobiltà castigliana, chiese il suo aiuto contro il fratellastro Pedro I el Cruel, che era deciso ad aumentare il potere della corona e a limitare quello della nobiltà castigliana, appoggiandosi sui contadini e i comercianti. Carlo era predisposto contro Pedro perchè si diceva che avesse ordinato l’assassinio della moglie, la principessa francese Bianca di Borbone, con cui si era sposato nel luglio del 1353. Il matrimonio era durato tre giorni ...  e il Papa Innocenzo VI aveva scomunicato Pedro e lo aveva dichiarato nemico della Chiesa; non fu certo di aiuto che avesse stretto amicizia con il re arabo di Granada. Allora, incoraggiato dal Papa, re Carlo chiese a Bertrand du Guesclin, che aveva nominato cavaliere, di riunire le “compagnie bianche” e di portarle oltre i Pirenei per diroccare Pedro e porre al suo posto Enrique de  Trastámara. La manovra ebbe successo. Tuttavia Pedro non aveva nessuna intenzione di accettare in silenzio la sua sconfitta e si rivolse all’Inghilterra per ottenere l’appoggio del Principe Nero e ricuperare la sua corona, a cambio di una grossa somma. Gli inglesi avevano interesse a mantenere l’alleanza con il potente esercito castigliano. Il Principe Nero preparò la campagna militare in Aquitania e Giovanni di Gant, duca di Lancaster, cominciò a mettere insieme un esercito di soldati e arcieri per appoggiare questa iniziativa. Nel romanzo, Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, che aveva combattuto in precedenza accanto al primo duca di Lancaster, Enrico di Grosmont, ed era stato nominato capitano per i suoi meriti, si adopera con i suoi ex compagni d’armi Doyle e Looper per escogitare un metodo efficace di addestramento per gli arcieri di cui aveva bisogno il figlio del re, Giovanni di Gant. Non si sa se Charles Douglas  fosse davvero una spia. Nei primi anni del decennio 1360 – 1370 aveva studiato diritto e contabilità negli Inns of Court e forse aveva prestato servizio per qualche tempo nell’esercito di Lionel d’Irlanda. Verso il 1367 era cavaliere della Casa Reale; alla fine di quell’anno la morte di Blanche di Lancaster ispirò il suo primo grande poema, The Book of the Duchess.  Per quanto riguarda la sua missione in Navarra, ho seguito l’interpretazione di Ronald R. Howard sul salvacondotto conservato negli archivi di Pamplona, che autorizzava il poeta a “entrare, permanere, spostarsi e uscire”.  In piena estate del 1355 una giovane monaca di nome Hyacintha  muore vittima delle febbri che infestano la città di Beverley , ed è immediatamente seppellita per paura che la peste si diffonda. Un anno piu tardi una donna, che dice di essere suor Hyacintha risuscitata, appare bandendo in pubblico storie deliranti su miracoli e reliquie. Dopo l’apparizione di questa figura tormentata, avviene una serie di morti misteriose e l’arcivescovo di York, pieno d’inquietudine, chiede al commendatore locale dell’Ordine di San Giovanni un investigatore che possa chiarire i fatti. Il commendatore si mette in contatto con Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli per chiedere il suo aiuto, poiché pensa che sia la persona più adatta a risolvere questi fatti enigmatici. Dal principio ho immaginato Hyacintha come un personaggio ambiguo, seguendo il modello di Maria Maddalena, tale come la descrive Susan Haskins. Mito e metafora, la santa aveva vissuto un’evoluzione, da discepola e amica di Cristo a prostituta pentita, con inoltre una lunga penitenza di eremita sofferta nel deserto: infatti, nel secolo XIV i riferimenti a Maria Maddalena, Maria di Marta e Maria e la prostituta che lava i piedi di Cristo erano state riunite in un unico personaggio simbolico e Maria Egiziaca del V secolo era stata compresa in questa fusione. È Maria Maddalena della medaglia regalo del fratello che adora, quella che Hyacintha perde subito all’inizio del romanzo. La medaglia è un talismano della buona fortuna, importante per ricordare che un personaggio come Hyacintha non può essere analizzato in termini moderni; la sua convinzione del potere protettore della medaglia è parte della sua fede. Lo stesso si può dire del rimorso di Hyacintha per aver rubato in convento il latte della Vergine. Sant’Agostino si vantava di avere questa reliquia, molto nota in un’epoca di grande devozione a Maria Vergine in cui il popolo credeva nel potere delle reliquie, e partiva in pellegrinaggio per riceverne la grazia. Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, che aveva già cooperato con il duca di Lancaster in quella regione, è accompagnato questa volta da sua figlia Ginevra. Si sono temporaneamente stabiliti a York , ha comprato una casa con un giardino in cui crescono piante medicinali e ha creato così una nuova farmacia per restituire la salute alle persone. Accetta dunque l’incarico dell’arcivescovo e si reca immediatamente a Leeds per un incontro con la spia di re Edoardo, Charles Douglas, che lo mette sulle tracce di un gruppo di soldati mercenari sospetti di ordire un tradimento al Re su incarico della familgia Wentworth. Nel frattempo Ginevra Ruspoli cerca di persuadere la monaca a raccontarle la verità e a confessarle il terribile segreto che condivide con suo fratello. Fondendo con armonia un’elaborata ricostruzione del secolo XIV e una trama avvincente, Il Professo e la monaca, è il settimo dei casi risolti da Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli in un romanzo pieno di colore ed emozione. Indubbiamente il secolo XIV è stato uno dei più nefasti nella storia dell’umanità, marcato da piaghe gravissime che devastarono quasi tutta l’Europa. Fra’ il 1315 e il 1317 si propagò la cosiddetta Piccola Età del Ghiaccio che distrusse i raccolti provocando fame e miseria. Fra’ il 1348 e il 1355 scoppiò un’epidemia bubbonica, la terribile “peste nera”, che uccise un terzo della popolazione europea. Non è tutto: nel 1328 era morto Carlo IV il Bello, ultimo re Capeto di Francia, e la sua successione aveva provocato un conflitto europeo per la sua successione. I francesi coronarono Filippo VI di Valois, cugino primo del defunto re. Eppure, come c’era da spettarsi, gli altri pretendenti al trono non accettarono questa decisione e Edoardo III, re d’Inghilterra e pretendente legittimo al trono di Francia, decide di brandire le armi dando inizio alla Guerra de’ Cent’Anni, la più lunga nella storia dell’umanità. Nel resto d’Europa i conflitti si susseguirono, e in Castilla scoppiò una guerra civile per il trono fra Pedro I di Castilla soprannominato “ El Cruel” e il suo fratellastro Enrique di Trastámara. L’Inghilterra prese posizone per Pedro I con le truppe del Principe Nero e la Francia sostenne il Trastàmara, per cui la guerra ebbe un nuovo fronte in Castilla. Inoltre l’impero Ottomano porterà avanti la sua espansione soprattutto nei Balcani, con un impero Bizantino molto ridotto che resisterà ancora agli attacchi ottomani.

8. La figlia del Professo: Sono 781 pagine in formato A4, 272.176 parole. Sinossi: per un certo tempo Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli non si è sentito capace di raccontare alla sua adorata figlia Ginevra l’ossessione che l’ha accompagnato durante gran parte della sua vita. Adesso, fra le sue carte, lei scopre una storia che ebbe inizio con l’inquietante scomparsa del mentore di Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli e in passato Gran Priore di Roma: Fra’ Franz von Lobstein. Era stato un professore di storia rinomato in diverse università, e l’ultima era stata quella de La Valletta, dove appunto Gian Galeazzo lo aveva conosciuto grazie al suo primo “viaggio nel tempo” . Lobstein lo attrasse alla vita  accademica, e il nostro protagonista pensò che questa fosse una soluzione ideale per educare nel migliore dei modi sua figlia Ginevra a vivere in un mondo moderno. Ricordiamo che Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli ha la capacità di “viaggiare nel tempo” usando una tecnica di meditazione quantica imparata dal Dalai Lama . L’amicizia con Lobstein si rafforzò con il tempo, fino al punto che Gian Galeazzo lo scelse per dirigere il suo cammino di perfezionamento nella preparazione come professore di storia per i novizi dell’Accademia Internazionale e Università de La Valletta a Malta. Tuttavia appunto a La Valletta Franz von Lobstein sparisce. Ed è proprio lì che Gian Galeazzo incontra Ileana, la donna della sua vita, figlia di Lobstein, dalla quale via via si sentirà irresistibilmente attratto. Seguendo le tracce del suo amato maestro, Gian Galeazzo esplora antiche biblioteche di Istambul e Budapest, monasteri in rovina in Romania, villaggi sperduti in Bulgaria ... più si avvicinavano a Lobstein e più incombeva un mistero che aveva già terrorizzato i potenti sultani ottomani e faceva ancora tremare i contadini dell’Europa dell’Est. È un misterio che ha lasciato una traccia di sangue sui manoscritti, i vecchi libri e le canzoni sussurrate all’orecchio. Per Gian Galeazzo e per Ginevra raggiungere la fine della ricerca può significare un destino molto peggiore della morte. Ogni passo avanti s’intuisce che lui li sta aspettando. E nei loro cuori rieccheggia angosciosa una domanda ... cosa succederà allora?

9.  Il Professo e il Grial: 895 pagine in formato A4. 275.655 parole . Sinossi: questo romanzo, il nono nella saga del Professo, abbraccia tre anni di storia medievale. Ambientato nel secolo XIII, va da una Sicilia sotto lo scettro di Federico II all’Europa del sacro Romano Impero, dove s’incrociano nella guerra e nella pace la Chiesa, l’Imperatore, i cavalieri Templari, quelli Ospedalieri e la setta degli Assassini. L’assedio di Montségur  è lo scenario delle prime pagine. In questo castello si trovano i figli del Grial, destinati a riconciliare le grandi religioni, come si legge in un piano segreto secondo il quale saranno loro i Re che ristabiliranno la pace sulla Terra. Con le truppe di re Luigi XI e del papa Innocenzo III arriva il cavaliere di Giustizia di San Giovanni di Gerusalemme, Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli, il nostro personaggio principale e cronista delle vicende narrate in questo romanzo storico. Egli è testimone di come il Prieuré, un ordine segreto al servizio del Grial, riscatta i figli del Grial, ed è perfino coinvolto nei fatti e costretto a facilitare la loro fuga. Così ha inizio per Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli una straordinaria, pericolosissima odissea che lo porta prima a Marsiglia, dove i fuggiaschi lo abbandonano per rifugiarsi nel territorio di Federico II. Dopo una serie di peripezie indimenticabili il protagonista Fra’ Gian Galeazzo, fugge dal castello del Papa a Civitavecchia, da dove deve fuggire quando scopre che il suo travestimento da cardinale non è più utile. Ottiene la fiducia di un vecchio superiore ospedaliero che è al servizio di Federico II e vincolato al Prieuré e che lo porta a Otranto, dove ritrova i figli del Grial. Tuttavia Clo e Mara non sono al sicuro dagli sbirri del Papa, e la missione di lasciare una pista falsa ricade su Fra’ Gian Galeazzo, che deve attravesare tutta l’Italia fino al sud della Germania per incontrare il nuovo nunzio del Papa, un cavaliere di San Giovanni che viaggia da Lione verso est per un’intervista con il Gran Kan. Il piano però fallisce. La natura non è propizia, e scatena una tempesta che decima la comitiva. Fra’ Gian Galeazzo torna a Otranto, dove riceve la notizia che il Papa ha sconfitto e deposto Federico II. Il romanzo finisce a Costantinopoli, e non sarà qui che l’autore svelerà “come va a finire”, ma sarà certo un finale emozionante e inatteso. La storia e la trama del romanzo s’intrecciano come raramente si è riuscito a fare nella letteratura, e prendono le dimensioni di uno schermo gigante. Eppure la cosa più sorprendente è che quest’affascinante groviglio di trame, caratteristico dell’epoca e in generale incomprensibile, acquista nelle mani di Carlo Ruspoli una trasparenza inattesa, e il lettore non perde mai il filo del racconto. Con tecniche di narrazione analoghe a quelle cinematografiche – non a caso Carlo Emanuele Ruspoli è cugino dell’attore Bart e del produttore Tao, due Ruspoli nel mondo del cinema – e cercando sempre di mantenere in ordine i pezzi di questo rompicapo macabro e travolgente, l’autore ci offre uno dei romanzi più interessanti e mirabili degli ultimi anni, una lettura compulsiva e straordinariamente amena.

10. Il Professo e i Borgia (in preparazione). Siamo in pieno  Rinascimento. Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli e sua figlia Ginevra decidono di ripartire, questa volta per aiutare a sbrogliare la matassa di alcuni complotti e intrighi contro i Borgia. La famiglia Ruspoli viveva allora in Toscana, Fra’ Siena e Firenze, e non si era ancora trasferita a Roma, per cui non esiste rivalità con le grandi famiglie romane. Considerando che i Borgia e i Ruspoli intrecceranno legami familiari in un’epoca successiva, Gian Galeazzo, con l’aiuto di sua figlia, crea i vincoli opportuni per diventarne un buon alleato. Aprono e dirigono dunque una libreria, diventata subito il centro delle trame romane e il simbolo del clan spagnolo dei Borgia, che governano la città con mano di ferro. Le grandi famiglie romane cospirano per ottenere la caduta del Papa e dei suoi ambiziosissimi figli Giovanni, Cesare e Lucrezia, e considerano la libreria uno degli obiettivi da distruggere. Gian Galeazzo e Ginevra sono pacatamente felici nonostante i tradimenti, complotti, adulterî, guerre e assissinî che li circondano e che tentano di risolvere. Eppure Giovanni Borgia, un giovane che detiene il potere delegato dal padre e che non accetta mai un rifiuto, s’incapriccia di Ginevra. Da questo momento padre e figlia dovranno far fronte al potere di quelli che sono i loro protettori, i Borgia, per salvare la loro dignità. È l’inizio di avventure che porteranno Gian Galeazzo a lottare accanto al Gran Capitán nella conquista di Napoli, diventare un frate per diroccare Savonarola a Firenze, salvare la vita del figlio di Cesare Borgia, lottare contro le navi corsare nel Mediterraneo e a far fronte all’Inquisizione e alla peste a Valencia.

Vorrei inoltre segnalare un altro romanzo  storico, che si svolge dal medioevo alla nostra epoca, il cui personaggio principale, Galeazzo Marescotti, eroe di Bologna, è per le sue straordinarie virtù, uno degli ispiratori del personaggio di Fra’ Gian Galeazzo Ruspoli. In questo romanzo si narra l’origine della famiglia nobile con il capostipite Mario lo Scoto, del clan Douglas. Da Mario lo Scoto nascono i Marescotti.  I Marescotti e i Ruspoli allacciano vincoli di parentela nell’età moderna (1700) e i Ruspoli attuali discendono da quest’unione. È più una storia romanzata che un romanzo storico: la vita di Galeazzo Marescotti è dunque reale e rigorosamente documentata, in particolare nel libro di storia Ritratti, aneddoti e segreti delle casate Borgia, Téllez-Girón, Marescotti e Ruspoli del medesimo autore, editi dalla Real Academia Matritense de Heráldica e Genealogía nel maggio del 2011. Un altro libro di storia portato a compimento, I Bellegarde de Saint-Lary, ha già un’edizione digitale, ma sarà pubblicato in un’edizione cartacea dalla stessa Accademia.



Infine non vorrei tralasciare di segnalare in questa presentazione il mio libro Orientalia , in italiano Oriente, un’analisi antropologica di una trentina di paesi orientali che ho visitato sia per ragioni di lavoro, sia per turismo in tre continenti: Europa, Asia e Africa. Il libro è dedicato a una ventina di amici che mi hanno accompagnato sporadicamente nei miei viaggi. E per terminare, ho scritto anche un libro, ancora inedito, di episodi, storielle e notizie curiose della mia vita professionale il cui titolo è Il Condominio.



11.   Il Gonfaloniere: 535 pagine in formato A5, 88.300 parole. Sinossi: È l’epopea medievale di una potente casata italiana di origine scozzese, i Marescotti, discendenti dal clan Douglas. Il primo di questo lignaggio, Mario Scoto, era fratello del conte Guglielmo Douglas e cugino del re di Scozia. Fu nominato consigliere militare dell’imperatore Carlomagno, salvò la vita al Papa Leone III, fu dichiarato difensore della Fede, nominato cavaliere aurato e senatore di Roma, e ricevette perfino  l’Anello del Pescatore in riconoscenza del suo eroismo. Carlomagno gli concesse il ricco contado di Bagnocavallo come ricompensa alle sue gesta militari. Il racconto delle straordinarie vicissitudini dei Marescotti comprende un periodo di sei secoli, all’inizio con le cronache del contado e più tardi a Bologna, e parla di religione, storia e politica, duelli, battaglie, medicina, sfide e diffide, magia, esoterismo e superstizioni, tradimenti, torture, reliquie, amore ... I Marescotti inoltre furono pionieri in Italia nello stabilire una relazione speciale con gli ebrei con la concessione della loro piena integrazione e partecipazione alla vita pubblica del contado già nel medioevo.

Per avere un’informazione maggiore su tutti i miei libri, romanzi storici, libri di storia, saggi di viaggi, racconti brevi, favole, testi riguardanti temi d’archeologia, architettura, biologia, cultura, economia, esoterismo, genealogia, musicisti, cantanti, scienza, storia, ingegneria, giochi di carte, giurisprudenza e legislazione, marketing, politica, salute, eccetera, io raccomanderei vivamente la lettura dei miei Blogs (con una media di nuovi articoli superiore al numero di giorni dell’anno) e siti Web (che cambiano poco) che hanno superato già i 14.000 lettori e aumentano progressivamente. Un traduttore istantaneo del testo degli articoli nei Blog consente la lettura anche a persone di altre lingue. In ordine d’importanza i principali lettori vengono da: Stati Uniti, Spagna, Messico, Francia, Russia, Inghilterra, Italia, Cina, Belgio, Olanda, Brasile, Canada, Ucraina, Argentina, Germania e Congo. Nel primo Blog, a seguito di molte richieste al riguardo, ho inserito le indicazioni per acquisire i miei libri in versioni cartacee o digitali.

1. https://carloemanueleruspoli.blogspot.com
2. https://elprofesoylamonja.blogspot.com
3. https://hijadelprofeso.blogspot.com
4. https://retratosdeceruspoli.blogspot.com
5. https://fraygiangaleazzo.blogspot.com

I miei dati appaiono anche nelle Web seguenti, di cui la seconda è per presentare i quattro primi romanzi della saga e il libro Oriente:
1. https://sites.google.com/a/carloruspoli.com/www/
2. http://www.carloemanueleruspoli.com





domingo, 22 de septiembre de 2013

Signos de puntuación

Es importante utilizar correctamente los signos de puntuación. La guía de los signos de puntuación: los errores más comunes, explicados.

Muy a menudo, cuando nos olvidamos de lo importante que es y descuidamos nuestra escritura, la primera en salir perjudicada es la puntuación. ¡Qué complicado es entender un texto mal puntuado, y qué trabajoso leerlo!

Amén de las indicaciones de la Real Academia Española al respecto, es muy útil el libro de José Antonio Millán, Perdón, imposible. Guía para una puntuación más rica y consciente (RBA Libros, 2005). En el prólogo al práctico manual, Millán recuerda una anécdota que ha proliferado en los ambientes escolares de boca en boca con el fin de demostrar lo importante que es puntuar bien. Merece la pena reproducirla.

Atribuida a Carlos V, aunque a veces figura referida a otros reyes, la anécdota cuenta que al emperador se le dio para ser firmada una sentencia que decía lo siguiente:

Perdón imposible, que cumpla su condena.

Sin embargo, al monarca le pudo su bondad y antes de devolver la sentencia firmada, cambió la coma de lugar, dejando la frase así:

Perdón, imposible que cumpla su condena.

Una coma —o ni siquiera: ¡la posición de una coma!— salvó a un hombre nada más y nada menos que de la muerte. Millán recoge atinadamente la historieta, que figura en el prólogo de su libro, para recordarnos lo fundamental que es puntuar bien.

Coma

Del griego comma, ‘trozo, corte’: la coma es la pausa más breve que podemos marcar en un enunciado. Hay muchas ocasiones en que, sin embargo, no debemos usarla. Por lo general (aunque hay excepciones) no debemos poner una coma antes de la conjunción y. Desde luego, cuando ésta liga el último término de una enumeración, la coma sobra:

Trajo muchísimas cosas a la fiesta: vino, patatas, galletas, pistachos, y postre.

Además, tampoco debemos incurrir en un error frecuentísimo: el de instalar una coma entre el sujeto y el verbo de una oración. Es habitual verlo escrito, pero es incorrecto y revela una puntuación deficiente.

Todos los hombres, merecen un trato social no discriminatorio.

Hay quien ha reivindicado su uso cuando el sujeto de la oración es muy largo y el cuerpo nos pide una pausa, pero no debemos olvidar que la puntuación escrita no es una transcripción literal de las pausas que hacemos al hablar. Como escribió María Moliner, “ni todas las pausas con que se modula el lenguaje hablado se transcriben en el escrito, ni todas las pausas que se representan con comas (…) se hacen siempre en el lenguaje hablado”.

Punto y coma

El punto y coma es el gran olvidado de la puntuación, pues su empleo es muy preciso y a veces resulta complicado saber cuándo debe usarse exactamente. Sin embargo, tampoco hay que forzar: a veces intentamos escribir un punto y coma, precisamente por su originalidad o porque nos parece signo de una escritura elevada, y el resultado no es sino un fracaso estrepitoso.

Un buen ejemplo para ilustrar su uso nos lo ofrece la siguiente frase de Baroja:

Tengo que hablar de mí mismo; en unas memorias es inevitable.

Una coma habría sido demasiado leve, pero la estrecha relación entre las dos oraciones también dificulta el uso del punto.

Dos puntos

Los dos puntos sirven de entrada a las enumeraciones, a las explicaciones y a las ampliaciones. Así la utiliza Cortázar:

Nuestro reino era así: una gran curva de las vías acababa su comba justo frente a los fondos de nuestra casa.

Además, las citas literales se anteceden también con dos puntos. Tras ciertas expresiones que recapitulan o introducen un nuevo tema (por cierto, ahora bien…) podemos, asimismo, usarlos.

En el encabezamiento de cartas o correos electrónicos nuestra tradición utiliza el uso de los dos puntos aunque, por influencia del inglés, cada vez es más frecuente hallar en ese lugar una coma.

Podemos ilustrar la diferencia entre el punto y coma y los dos puntos (cuya pausa es más o menos equivalente en cuanto a la duración) con una corrección que realizó Borges sobre una frase de su texto «El Aleph», y que Millán reseña muy atinadamente. La oración inicial decía así:

—[…] Es mío, es mío; yo lo descubrí en la niñez, antes de la edad escolar.

A partir de 1974:

—[…] Es mío, es mío: yo lo descubrí en la niñez, antes de la edad escolar.

Como se dice en Perdón, imposible: “El matiz es importante: en la primera versión la propiedad y la historia del descubrimiento son hechos independientes, aunque relacionados. En la segunda hay un enlace causal entre ambos: el Aleph pertenece al personaje porque se lo encontró hace mucho”.

Es incorrecto, finalmente, el empleo de los dos puntos entre una preposición y los sustantivos que la siguen, como en el siguiente ejemplo:

Acudieron a la presentación actores de: la industria del cine, el mundo del teatro y la televisión.

Puntos suspensivos

Su utilización apenas ofrece dudas, pero sí es importante recordar una cosa: los puntos suspensivos son tres y sólo tres. Utilizar más (salvo que vayan acompañados del punto de una abreviatura) es incorrecto y revela una escasa cultura.

Punto

En un principio el punto se utilizó para separar las palabras, pero los gramáticos de los siglos IV a VIII empezaron a emplearlo para señalar las pausas. Es curioso que la altura a la que se escribía el punto era variable: cuanto más alto se marcaba el punto, más larga sería la pausa. Tal vez sea uno de los signos de puntuación que menos dudas suscita, aunque nunca están de más algunas apreciaciones.

Al final de los títulos o después de los signos de cierre de admiración y exclamación no debemos poner punto alguno. En el caso de las comillas de cierre, el punto sí debe incluirse, siguiéndolas a ellas; lo mismo sucede con los paréntesis o las rayas.

Lo más frecuente en la actualidad es que las siglas no lleven punto (escribimos IVA y no I.V.A).

Como se indica en el Diccionario Panhispánico de Dudas de la RAE, se escribe punto detrás de las abreviaturas, “salvo en el caso de aquellas en las que el punto se sustituye por una barra”, como es el caso de calle, cuya abreviatura es c/. Cuando una abreviatura coincide con el final de una oración, su punto se fusiona con el de ésta. No obstante, “los otros signos de puntuación (…) sí deben escribirse tras el punto de la abreviatura; por lo tanto, si tras una abreviatura hay puntos suspensivos, se escriben cuatro puntos”.

Las abreviaciones de las unidades de medida (m, km, l) y los nombres de los libros de la Biblia (Gn, Ex) no son abreviaturas, sino símbolos, por lo que debemos escribirlas sin punto.

Mis libros


jueves, 5 de septiembre de 2013

El Cairo y sus animales eternos

El Cairo y sus animales eternos

Momia de gato


Cuando se habla de Egipto, todos siempre se refieren a su única y extraordinaria cultura milenaria en general, a sus tumbas y a sus monumentos. ¿Quién no ha visto o leído acerca de sus pirámides, de sus templos y de sus necrópolis con tumbas de reyes y reinas llenas de jeroglíficos polícromos pintados en su interior? ¿Quién desconoce el Museo Egipcio del Cairo repleto de tesoros? ¿O los gigantes esculpidos en la montaña de los templos a la orilla del lago Nasser de Abu Simbel? ¿O los templos de Luxor, construida sobre las ruinas de la ciudad de Tebas, capital del Alto Egipto?  ¿El valle de los reyes y el de las reinas y los colosos de Memnón? ¿O la gran presa de Asuán? Es difícil aportar algo novedoso para escribir sobre esa civilización, pero es imposible omitir la atracción que la mayoría sentimos hacia los Faraones, sus reinas y su historia y su mundo.

En todos los primeros viajes que hice por razones de trabajo, siempre intenté en los pocos ratos libres, aprovechar para ver la mayoría de monumentos y tumbas abiertos para el público. Pero un día, visitando nuevamente el Museo Egipcio del Cairo, me fijé que a lado del tesoro de Tutankamón, el departamento de momias, estaba cerrado por mantenimiento, y quedé intrigado.

Tesoro de Tutankamón

Tesoro de Tutankamón
Así que empecé a pensar en otra posibilidad, la de investigar este tema fascinante: las momias. Pero no las momias de personas, sino las de animales.

En 1888, un agricultor egipcio que hacía una excavación en la arena cerca de la aldea de Istabl Antar descubrió una fosa común. Los cuerpos no eran humanos. Eran gatos felinos antiguos que se habían momificado y enterrado en pozos en un número asombroso. “No se trataba de uno o dos aquí y allí” informó una revista ilustrada inglesa, “pero docenas, cientos, cientos de miles, una capa de ellos, un franja más gruesa que la mayoría de vetas de carbón, profunda de diez a veinte gatos”.

Algunos de los gatos estaban forrados con ropa de cama y aún esperaban ser descubiertos presentables y algunos incluso presentaban caras doradas. Los niños de la aldea vendieron los mejores especímenes a los turistas para conseguir dinero; pero el resto fue vendido a granel como fertilizante. En un barco mercante con destino a Liverpool se cargaron unos 180.000 gatos, con un peso aproximado de unas 18 toneladas, con el fin de extenderse como fertilizante en los campos de Inglaterra.

 En otro emplazamiento se descubrió un babuino sagrado, mimado en un templo durante su vida, que sirve para consagrar después de su muerte las catacumbas de Jebel el Atún. Los sacerdotes guardianes del pasado aún siguen orando y haciendo ofertas al mismo, como signos de su devoción permanente.
Eran los días de las expediciones financiadas generosamente que permitían excavar a través de hectáreas de desierto en la búsqueda de tumbas reales aún vírgenes, es decir sin haber sido saqueadas por los ladrones de tumbas, con joyas espléndidas de oro y con máscaras pintadas así como ataúdes para adornar las fincas y los museos de Europa y de América.

Muchos miles de animales momificados, que aparecieron en lugares sagrados de todo Egipto, fueron conside-rados entonces insignificantes y casi esquivados para llegar a encontrar los demás objetos preciados y de valor. Pocas personas les estudiaron en aquel tiempo, y su importancia fue habitualmente ignorada por los arqueólogos.

En el siglo XX y desde entonces, la arqueología se ha convertido desde una pura caza de trofeos a más de una ciencia. Las excavaciones ahora demuestran que una gran parte de la riqueza en los sitios detectados se encuentra en la multitud de detalles acerca de gente ordinaria, los antiguos egipcios: al presente contestando a las preguntas como: qué hacían, que pensaban, cómo oraban. Las momias de animales proporcionan una gran parte de estas respuestas.

“Realmente son manifestaciones de la vida cotidiana” dice la egiptóloga Salima Ikram. Las mascotas, los alimentos, la muerte, la religión. Nos ocupamos de todo lo que identifica la cultura de los antiguos egipcios.” Especializada en el estudio de arqueología zoológica de los antiguos restos de animales, Ikram ha ayudado a lanzar una nueva línea de investigación en gatos y otras criaturas que fueron preservados con gran habilidad y cuidado. Como profesora de la Universidad Americana de el Cairo, ella adoptó la colección decadente del Museo Egipcio de momias de animales como un proyecto de investigación. Después de tomar mediciones precisas, observar debajo de las vendas de lino con rayos x y catalogar sus conclusiones, creó una galería de una colección como un puente entre las personas actuales y las de hace mucho tiempo. “Mirad estos animales”, dice de repente, “Oh, el rey Tal y Tal tuvo una mascota. Yo tengo una mascota. Y en lugar de estar a una distancia de 5.000 o más años, los egipcios se convierten en personas.”

Hoy las momias de animales se han convertido en una de las exposiciones más populares del tesoro de todo el repleto Museo Egipcio. Los visitantes de todas las edades, egipcios y extranjeros, hacen cola hombro a hombro para echar un vistazo. Detrás de los paneles de cristal se encuentran gatos envueltos en tiras de lino que forman figuras de diamantes, líneas, cuadrados y cruces. Musarañas en cajas talladas de piedra caliza. Machos con las tripas cubiertas de oro o de perlas. Una gacela envuelta en una estera hecha de papiro, con su cuerpo tan bien momificado que Ikram la denominó benignamente como el Mapa de la Muerte. Un cocodrilo nudoso de más de cinco metros de largo, enterrado con su cocodrilo bebé también momificado en la boca. Ibis en paquetes como intrincados apliques. Halcones. Peces. También pequeñísimos escarabajos y las bolas de estiércol que comieron.

Algunos fueron preservados para que el difunto tu-viera un compañero en la eternidad. Los antiguos egipcios que podían darse el lujo, preparaban sus tumbas espléndidamente, con la esperanza de que sus objetos personales completos y todo lo que se muestra en obras de arte especialmente hermosas, estuviera a su disposición después de la muerte como por arte de magia. A partir del 2.950 antes de Cristo, los Reyes de la primera dinastía fueron enterrados en sus complejos funerarios de Abidos, juntos con sus perros, leones y burros. Más de 2.500 años más tarde, durante la trigésima dinastía, un plebeyo en Abidos denominado Hapy, fue momificado retratando la escena de un hombre sentado a descansar con su pequeño perro durmiendo a sus pies. ¿No son así algunas de las actuales obras de los taxidermistas?
Otras momias contenían víveres para los muertos. Los mejores cortes de carne de vacuno, suculentos patos, gansos y palomas salados, secos y envueltos en ropa de cama. Unas “momias virtuales” son como Ikram denomina este espasmódico deseo de comida para el futuro. “No importaba que no tuvieras alimentos con regularidad en vida, porque luego si, los tendrías para la eternidad”.

Y algunos animales fueron momificados porque eran los representantes de la vida de un dios. La venerable ciudad de Memphis, capital del reino durante la mayor parte de la historia antigua de Egipto, cubría un área de unos 32 kilómetros cuadrados en su mayor extensión hacia el 300 antes de Cristo, con una población de unos 250.000 habitantes. Hoy en día la mayor parte de su gloria se encuentra desmenuzada entre la aldea de Mit Rahina y los campos circundantes. Pero a lo largo de un carril polvoriento, las ruinas de un templo aún pueden aparecer, aunque la mitad esté oculta por mechones de hierba. Se trata precisamente de la casa de embalsamamiento del toro Apis, uno de los animales más venerados entre todos los del antiguo Egipto.
Un símbolo de fortaleza y virilidad, el toro Apis está estrechamente vinculado a los todopoderosos Faraones. Fue parte animal, parte Dios y fue elegido para su veneración debido a su inusual conjunto de marcadores: un triángulo blanco en su frente, unas alas blancas patrones sobre sus hombros y rabadilla, una silueta de escarabajo en su lengua y pelos dobles al final de su cola. Durante su vida fue mantenido en un santuario especial, mimado por sacerdotes, adornado con oro y joyas y adorado por las multitudes. Cuando finalmente murió, su esencia divina se transmitía a otro toro, y así comenzaba la búsqueda de un nuevo candidato. Mientras tanto, el cuerpo del toro difunto era transportado al templo y depositado en una cama tallada finamente con piedra ornamental de travertino. La momificación se llevaba a cabo durante al menos unos 70 días: 40 días para secar la masa enorme de carne y 30 días para envolverla.

En el día de entierro del Toro, los residentes de la ciudad se asomaban a las calles para observar atentamente esta ocasión de luto nacional. La gente se manifestaba con llantos y desgarros de pelo, llenaba la ruta hasta la catacumba ahora conocida como el Serapeum en la desierta necrópolis de Saqqara. En la procesión, había sacerdotes, cantantes del templo y funcionarios exaltados que entregaban finalmente la momia a la red de galerías abovedadas y talladas en los cimientos de piedra caliza. Allí, entre los largos pasillos de anteriores entierros, habían enterrado la momia en un sarcófago de madera maciza y de granito. Sin embargo, en los siglos siguientes, la santidad de este lugar fue violada por ladrones que abrieron las tapas de sarcófago y saquearon las momias para encontrar sus preciosos adornos. Por desgracia, no hay un único entierro del toro Apis que haya sobrevivido intacto.

Hay otros diferentes animales sagrados que fueron adorados en sus propios centros de culto, como toros en Armant y Heliópolis, peces en Esna, carneros en la isla de Elefantina y cocodrilos en Kom Ombo. Ikram considera que la idea de tales criaturas divinas nació en los albores de la civilización egipcia, en un tiempo en el que las precipitaciones, mucho más intensas que las actuales, convertían la tierra en verde y fértil. Rodeados de animales, la gente comenzó a conectarlos con dioses específicos, de acuerdo con sus hábitos.

Tomamos como ejemplo los cocodrilos. Instintiva-mente estos reptiles ponían sus huevos por encima de la inminente llegada del agua alta por la inundación anual del Nilo, un evento crucial que regaba y enriquecía campos y permitía a la agricultura de Egipto a nacer de nuevo año tras año. “Los cocodrilos eran mágicos”, dice Ikram,” porque tenían esa capacidad para predecir el resultado de las explotaciones del año.”
La noticia de una buena inundación, o de una mala, era importante para la tierra de los agricultores. Y es por esta razón, por la que, en aquel tiempo, los cocodrilos se convirtieron en símbolos de Sobek, un Dios del agua y de la fertilidad y surgieron templos dedicados a ellos en Kom Ombo, uno de los lugares hacia el sur de Egipto donde el nivel de la inundación fue observada detenidamente por primera vez cada año. En ese espacio sagrado, cerca de la orilla del Nilo donde cocodrilos salvajes suelen dormitar al sol, los cocodrilos cautivos solían llevar una vida gratificante y al morir eran  enterrados con la debida ceremonia funeraria.
Las momias más numerosas, enterradas por millones como en Istabl Antar, fueron en origen unos objetos votivos ofrecidos durante festivales anuales en los templos de cultos de animales. Como las ferias, estas reuniones eran grandes y animadas en los centros religiosos del Nilo hacia arriba y hacia abajo. Los peregrinos llegaban por el cientos de miles y acampaban con música y bailes llenando toda la ruta procesional. Los comerciantes vendían comida, bebida y recuerdos. Los sacerdotes se convirtieron en vendedores, ofertando momias simplemente envueltas, así como las más elaboradas para las personas que podían gastar más o que pensaban que deberían hacerlo. Con aroma de incienso girando alrededor de todos los lugares, los fieles terminaban su viaje al ofrecer su momia elegida al templo con una oración.
Algunos lugares fueron asociadas con sólo un Dios y con su animal simbólico, pero hay sitios antiguos y venera-das como Abidos donde se han descubierto grandes cantidades de momias votivas, cada especie con un vínculo particular a un Dios. En Abidos, en el cementerio de los primeros gobernantes de Egipto, las excavaciones han encontrado momias de ibis probablemente que representa Thoth, el Dios de la sabiduría y la escritura. Hay halcones que probablemente evocan al dios del cielo Horus, protector de la vida del rey. Y perros relacionados con la cabeza de chacal Anubis, el guardián de los muertos. Donando uno de estas momias al templo, un peregrino podía ganar el favor de su Dios. Ikram explica que  “La criatura siempre susurra en el oído del Dios, diciéndole: aquí está, aquí viene tu devoto, pórtate bien con él”.
A partir de la vigésimo sexta dinastía, en el 664 antes de Cristo, las momias votivas se hicieron muy populares. El país había derrocado a sus gobernantes invasores extranjeros y los egipcios fueron aliviados al poder volver a sus tradiciones propias. El negocio de las momias floreció, empleando legiones de trabajadores especializados. Los animales tuvieron que ser criados, cuidados, distribuidos, sacrificados y momificados. Las resinas tuvieron que ser importadas, las envolturas preparadas, y las tumbas excavadas.
A pesar del noble propósito del producto, la corrup-ción se coló en la línea de montaje y el peregrino ocasional terminó con algo pero. “ Una falsedad, un timo” Ikram dice. Su rayo x ha revelado una variedad de estafas antiguas al consumidor: un animal más barato sustituía uno más raro, más caro; se encontraron huesos o plumas en lugar de un animal entero;  también tropezamos con hermosas envolturas alrededor de nada más que barro. Cuanto más atractivo era el paquete, Ikram ha descubierto, tanto mayor era la posibilidad de una estafa.

Con la finalidad de desentrañar el proceso de embalsamamiento, un tema habitualmente ausente o ambiguo en los textos antiguos, Ikram realiza experimentos de momificación. Para ello obtiene sus provisiones en el laberíntico zoco del siglo XIV de El Cairo. En una pequeña tienda, apenas a una manzana de los bulliciosos puestos de recuerdos turísticos, un dependiente utiliza una vieja balanza de latón para pesar kilos de un cristal grisáceo en trozos. Se trata de natrón, sal que absorbe la humedad y la grasa y que fue agente de desecación indispensable para la momificación. La sustancia aún se extrae de minas localizadas al suroeste del delta del Nilo y sigue utilizándose en el lavado de la ropa. En el herbolario de la esquina, Ikram encuentra aceites que reblandecen cuerpos secos y rígidos, así como pedazos de olíbano que se funden para sellar vendajes. Ya nadie vende el vino de palma que usaban los antiguos embalsamadores para enjuagar las cavidades internas luego de eviscerar el animal, así que Ikram lo sustituye por ginebra producida localmente.
Ikram comenzó sus ensayos con conejos, pues su tamaño es manejable y puede conseguirlos en la carnicería. Batiente (ya que Ikram pone nombre a todas sus momias) fue enterrado entero en natrón, pero el ensayo no duró si-quiera dos días debido a que los gases comenzaron a acumularse y el cuerpo estalló. Golpeador tuvo mejor suerte. La arqueóloga extrajo sus pulmones, hígado, estómago e intestinos, y rellenó el conejo con natrón para enterrarlo bajo una capa del mismo material. El cuerpo resistió. El siguiente candidato, Peluche, contribuyó a resolver un enigma arqueológico. El natrón con que fue rellenado absorbió tanto líquido que se convirtió en una masa viscosa, apestosa y repulsiva, así que Ikram la sustituyó con natrón fresco envuelto en saquitos de lino que, simplemente, volvía a sacar cuando quedaban empapados. Este ejercicio le permitió explicar por qué había tantos paquetes similares en muchos depósitos de embalsamamiento.

El tratamiento que dio a Pedro Cola de Algodón fue completamente distinto. En vez de extraer las vísceras, le administró un enema de trementina y aceite de cedro antes de cubrirlo con natrón. Herodoto, el famoso historiador griego, describió el procedimiento en sus escritos del siglo V antes de Cristo. Aunque los eruditos no dejan de debatir sobre su fiabilidad, el experimento de Ikram demostró que estaba en lo cierto. Las entrañas de Peter se disolvieron por completo, excepto el corazón: el único órgano que los anti-guos egipcios siempre dejaban en su sitio.

Una vez concluido el trabajo de laboratorio, la arqueóloga y sus alumnos siguieron el protocolo y envolvieron cada cadáver en vendajes estampados con conjuros mágicos. Luego de recitar oraciones y quemar incienso, depositaron las momias en unas vitrinas del salón de la clase donde hoy atraen a varios visitantes, incluyéndome a mí.

A modo de ofrenda, dibujé unas gordas zanahorias y símbolos que multiplicaban por 1 000 el manojo. Ikram asegura que mis dibujitos se volvieron reales de manera instantánea en el otro mundo y que sus conejos seguramente estaban moviendo las narices de alegría.


El primer duque de Maura

Retrato del I duque de Maura, por Daniel Vázquez Díaz

Gabriel Maura Gamazo (Madrid, 1879 -Madrid, 1963), político e historiador español. Fue hijo de Antonio Maura y Montaner, político y presidente del gobierno español en varias ocasiones con Alfonso XIII. Casó con la V Condesa de la Mortera, y fue nombrado I Duque de Maura.

Miembro del Partido Liberal-Conservador, fue Diputado a Cortes por Calatayud, representante de España en la Conferencia de Paz de La Haya de 1907, en la Conferencia Naval de Londres de 1908 y senador vitalicio en 1919. Durante la Dictadura de Primo de Rivera, a pesar de haber pertenecido a la Asamblea Nacional, ejerció la oposición cuando advirtió que la Asamblea no iba a convertirse en Cortes. Fue Ministro de Trabajo en el último Gabinete de Alfonso XIII, destacando su labor parlamentaria en lo referido a los asuntos de Marruecos y a la política internacional. Gabriel Maura huyó de la zona republicana al inicio de la Guerra Civil (su valiosísimo archivo histórico fue saqueado y destruido por milicianos del Frente Popular). No regresó a España hasta 1953.

Fue miembro de número de la Real Academia de la Historia y de la Real Academia Española. Presidió la Real Federación Española de Fútbol desde abril de 1915 hasta su renuncia, en mayo de 1920.


Palacio de los duques de Maura. Madrid.

Obra historiográfica

  • Rincones de la Historia, Carlos II y su corte, Vida y reinado de Carlos II. 3 volúmenes. Madrid, 1942.
  • Historia crítica del reinado de don Allonso XIII durante su minoridad bajo la regencia de su madre doña María Cristina de Austria. 2 volúmenes. Barcelona, 1919 y 1925.
  • Bosquejo histórico de la Dictadura. Madrid, 1930.
  • El príncipe que murió de amor: don Juan, primogénito de los Reyes Católicos. Madrid, 1944.
  • Por qué cayó Alfonso XIII. (En colaboración con Melchor Fernández Almagro. 1948.
  • Dolor de España.
  • María Luisa de Orleans, reina de España.
  • Documentos inéditos alusivos a las postrimerías de la Casa de Austria.
  • " Supersticiones de los siglos XVI y XVII y hechizos de Carlos II". Editorial Saturnino Calleja. Madrid. 194?
  • " Fantasías y realidades del viaje a Madrid de la Cndesa d'Aulnoy" (En colaboración con Agustín Gónzalez-Amezúa). Editorial Saturnino Calleja. Madrid. 19??

Enlaces externos

  • BLEIBERG, Germán et alt. Diccionario de Historia de España. 3 volúmenes. Alianza Editorial, Madrid. 1979. 2ª ed. Pág. 910.
  • Papeles de Gabriel Maura Gamazo y de Julia de Herrera y Herrera en la Fundación Antonio Maura

Fundación Antonio Maura, 1992





Interesante libro publicado por la Fundación Antonio Maura. La idea de alternar los comentarios actuales (de su época) con la evocación de historias pasadas y con máximas y pensamientos es un gran acierto ya que con esa variedad la atención no decae un solo instante. Es estilo es tenso, sencillo y transparente. Los recuerdos de infancia y adolescencia del autor son deliciosos; las anécdotas son muy divertidas; las semblanzas de Académico son exactas. En resumen se demuestra con creces la nobleza del alma del primer duque de Maura. Recomiendo su lectura.

domingo, 1 de septiembre de 2013

Blogs & Webs

Queridos lectores de mis cinco blogs y de mis dos páginas web, ¡ya habéis superado con creces los 12.500! Gracias a todos por vuestra constancia y vuestro interés. Espero que sigáis leyendo mis entradas, porque estoy preparando grandes novedades, escogidas entre los argumentos o temas que más os interesan.



Este número tan elevado de personas interesadas en mis artículos, así como en mis libros, me anima a escribir cada vez más, haciendo hincapié tanto en la saga de fray Gian Galeazzo y los demás libros de historia o de antropología,  como en aquellas entradas que más os gustan y que por ello son las más populares. 




Gracias nuevamente por vuestro cariño, vuestros comentarios y vuestro apoyo moral que siempre he recibido desde el principio de esta nueva aventura literaria. Por medio de vosotros lograré seguramente culminar mi esfuerzo como escritor, y mientras os anuncio que acabo de empezar a escribir una nueva novela, el Profeso y los Borgia, la décima de la saga El Profeso. Esta vez mi protagonista y su hermosa hija actuarán por primera vez en la interesante época del Renacimiento, entre Roma, otros lugares de Italia y Valencia.



Con todo afecto,


Ginebra Ruspoli


Gian Galeazzo Ruspoli





Escudo de Alejandro VI

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